ACo: “Un viaggio alla scoperta di (N)oi stessi. Ecco il mio primo lavoro discografico” – INTERVISTA

(N) è il primo lavoro discografico di ACo (Adriano Meliffi). N vuol dire Noi, vuol dire Nostro, è il simbolo dell’unione da cui nasce qualcosa di nuovo. C’è stato un tempo in cui le canzoni di questo progetto erano semplicemente pezzi di carta ben nascosti in un cassetto e cantarli lo faceva sentire vulnerabile. Un lungo percorso, fatto di scambi, di esperienze, di viaggi, di risvegli ha portato alla pubblicazione dell’album.Si tratta di un disco multistilistico in cui si alternano momenti anche molto diversi tra loro ma uniti dal filo conduttore della condivisione, della musica come forma di comunicazione. Le collaborazioni all’interno di (N) sono nate così che ogni brano inciso possa risultare come una versione alternativa cantata insieme ad altre persone.

  1. Lately – A Co(N) Lisa Fiorani, Carlotta Leproux, Resina
  2. Oltre – A Co(N) Bruno Madonna, Myo
  3. Tempelhof – A Co(N) Gabriele Dorme Poco, Marco Guazzone
  4. Pure Feelings – A Co(N) Flaminia Lobianco, Valeria Piccolo
  5. Punti di Vista – A Co(N) Francesco Sacchini, Giulia Fortini
  6. Warmth – A Co(N) Giulia Covino, Marco Paolone

Ciao Adriano, la prima domanda è inevitabile:  come nasce il tuo nome d’arte ACo?

Ciao a tutti! Che bello, sono felice!! Grazie per questa intervista! Eh come prima domanda è difficilissima… La prima risposta che do sempre a tutti è A(driano)&Co, che comunque fa strano perché come nome d’arte può sembrare una roba schizofrenica, ma il progetto un po’ lo è, è un soggetto con personalità multiple… sarà un cantante singolo o una band? Chissà…Il nome ACo è nato la bellezza di 16 anni fa e questa è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno. Ogni estate i miei mi mandavano in questi campi estivi, per fare esperienze di autonomia e socializzare. Io non vedevo l’ora perché per me (bambino molto introverso, con difficoltà a fare amicizia nella vita di tutti i giorni), era l’occasione per reinventarmi, scoprire nuovi me e nuovi modi per relazionarmi con gli altri. Un anno si creò un legame stupendo tra tutti, di una forza che ho ritrovato solo tanti anni dopo nei cori di cui faccio parte. Mi chiamavano Fra Tack (perché ero basso e cicciottello e ricordavo il tasso nel cartone di Robin Hood, ma io non mi offendevo), poi divenne Fra Tackino, poi Ackino, poi Acko. Tornai a casa con questo soprannome nel cuore. Proprio a dodici anni cominciai a scrivere le mie prime canzoni e lo scelsi come nome d’arte. In poco tempo lo modificai in ACo, perché mi piaceva questa idea di portare dentro la mia musica quella sensazione di accoglienza e condivisione, la volevo mettere al centro di tutto. Mia sorella Giorgia (più grande di sei anni) nel frattempo aveva scritto una tesina di maturità sull’Altro e mi era rimasto impresso questo concetto, che noi non esistiamo senza l’Altro. E così ho deciso che ACo doveva essere il filo invisibile che lega me all’altro, al mondo, perché per me la musica ha avuto questo significato.

Fin da piccolo hai sempre ascoltato vari generi musicali. Qual è il tuo artista preferito? In che genere musicale ti rispecchi di più?

Sì, dentro questa casa si è sempre ascoltato di tutto. I viaggi anche erano bellissimi, cantavamo tutto il tempo, si passava come niente da Sting a Baglioni, da De Gregori ai REM, dai Pink Floyd a Eros Ramazzotti, poi le Spice Girls, Alanis Morissette, Elton John, Ligabue, The Cranberries, Elisa, Jovanotti e le mie fisse adolescenziali, Nirvana, Staind, Tori Amos, Björk, Evanescence, Glen Hansard (quello del film Once), Coldplay, Radiohead, Oasis, Depeche Mode, Kate Bush… Insomma fritto misto! Poi c’era la classica (ho amato tutti i lavori di Debussy, studiavo pianoforte), la musica cubana (i miei vanno a scuola di ballo da quando avevo 6 anni, si vedono anche nel video di Tempelhof!!) Anche quando facevo finta di non ascoltare, il mio cervello assorbiva tutto come una spugna per riformulare in modo personale nelle mie canzoni. Motivo per cui mi riesce molto difficile rispecchiarmi in un solo genere. Ti direi cantautorato-artrock-pop, che non esiste. Ma c’è questa vena world music che ho coltivato in anni da spettatore ai Buskers di Ferrara. Ma fin da bambino ero attratto dalle sonorità distanti da quelle occidentali (adoravo il primo disco di Anggun, avevo tipo 7 anni). 5 anni fa ho scoperto Peter Gabriel, me lo ha fatto ascoltare la mia insegnante di canto in una delle prime lezioni al Saint Louis. È stato stranissimo perché ho sentito in lui tutto quello che avevo sempre cercato nella musica, tutto quello che mettevo nelle mie canzoni da sempre. Ora dico che è lui il mio artista preferito: è arrivato dopo, è stato come scoprire un parente perduto.

Fin dall’età di 12 anni scrivi brani in italiano e in inglese. Dove trovavi e dove trovi tutt’ora l’ispirazione per scrivere un brano tuo? Hai più facilità nel raccontarti in italiano o in inglese?

All’inizio era l’inglese, un rifugio per essere più ermetico, per non farmi capire da chi mi ascoltava. Credo anche che alcuni generi siano storicamente legati all’inglese; l’italiano ha esigenze metriche completamente diverse, però la sfida è stata farlo mio. Mi ha spinto a cercare un modo di esprimermi più raffinato, fatto di parole scelte accuratamente, un lavoro stupendo da fare sulla lingua che usiamo tutti i giorni, ma ancora sto imparando. Ora direi che non ho preferenze. 50/50. L’ispirazione arriva a 12 anni… mah a quell’età più che ispirazione era esercizio, secondo me. Avevo ancora così poco vissuto che sentivo di poter parlare di tutto senza saper parlare di niente. Sceglievo un tema a priori e scrivevo quello che ne pensavo (molto spesso in un inglese improbabile, ma è soprattutto scrivendo che ho imparato a parlarlo). Poi con l’adolescenza ero molto concentrato su di me, sulla mia crescita, sul rapporto con gli altri e le difficoltà che vivevo. Scrivere aveva un valore terapeutico, ma sono cose che oggi canto con molta difficoltà, andrebbero contestualizzate in un disco a tema. Oppure, sul versante opposto, dedicavo canzoni ai miei amici più stretti. Dopo è diventato tutto più un minestrone, istantanee di emozioni inspiegabili, le cose che vedo intorno, le storie che sento, le vite degli altri e ancora la mia, le conversazioni che ho, il modo in cui sto cambiando, riflessioni. Tutto mi suscita emozioni, sono rimasto una spugna, purtroppo o per fortuna. Poi metto su una quantità infinita di muri, ma quando arrivano a sfondare il muro… come in “Pure Feelings”, “le emozioni sono così forti che temo possano uccidermi”.

“ACo è la fusione tra l’universo in me e l’universo fuori di me. L’abbraccio da cui nasce la mia musica”. Ti va di parlarcene?

Questo è il secondo capitolo della storia del nome ACo. La mia amica Eleonora un giorno mi fece la domanda con cui abbiamo aperto questa intervista (si è cuccata tutto il pippone con cui vi ho risposto sopra) e alla fine mi disse “se tu sei la A e la O è il mondo, la C sono le tue braccia che abbracciano il mondo”. Lei è matta a dire ste cose così, come se niente fosse, della serie “io te la butto lì, poi vedi tu cosa farne”. E io ne ho fatto un motto. E un logo anche: Riccardo Ippolito, il grafico che ha realizzato anche le grafiche di (N) ha preso spunto da questa frase della mia amica per realizzare il logo. Quindi insomma questa frase rappresenta esattamente il concetto che c’è dietro quello che scrivo e non a caso parlo spesso del rapporto con gli altri nei miei pezzi.

(N) è il tuo primo lavoro discografico. Ci puoi raccontare il viaggio che c’è stato verso la costruzione di questo album e come è stato scelto il titolo?

La pulce nell’orecchio me l’ha messa Gabriele D’Angelo (in arte Gabriele Dorme Poco, che canta anche in Tempelhof). È il direttore del coro delle Mani Avanti, di cui faccio parte da qualche anno (e da cui sono prese in prestito molte delle voci che sentite nel disco). Avevo pubblicato già un sacco di mie canzoni sparse qua e là nel web, ma ero il primo a non voler dare troppa visibilità a quel materiale. Facevo tutto da solo, ogni tanto chiamavo qualche amico a darmi una mano, ma il grosso erano voci e tastiere fatte da me. Le percussioni le facevo creando beat con campioni di rumori che prendevo in giro per casa o per strada. Ho fatto cose che tuttora trovo interessanti (stanno ancora sul vecchio canale Soundcloud) ma ogni volta che chiudevo il mix di un pezzo mi sembrava di essere andato più avanti ormai e che quella pubblicata non fosse la versione definitiva. L’idea di fare un disco e vendere la mia musica mi sembrava follia! Come si fa a fare un investimento del genere e non pentirsene appena pubblicato? Come si fa poi a vendere qualcosa se non la si sente ancora matura artisticamente? Volevo che il volume primo della mia discografia fosse qualcosa di perfetto, in senso latino, chiuso, finito, una produzione di altissimo livello. Gabriele mi ha invitato a non farmi pippe mentali, in sostanza, e io ho trovato la mia risposta al dilemma scavalcando il mio onnipresente giudizio su me stesso: un progetto con una sua identità e quindi non solo il volume primo della mia discografia; versioni alternative, con altre voci, altri arrangiamenti, di 6 brani scritti nel corso degli anni (ad esempio Warmth, la traccia che chiude il disco è datata 2006, una delle mie prime canzoni) e da sempre pensati per essere cantate solo da me, a volte persino con strutture diverse da quelle presenti nel disco. L’assurdità è aver rilasciato prima le versioni alternative di quelle ufficiali che chissà quando pubblicherò, ma le cose lineari non mi appartengono, mi sa! La cosa bella è che questo mi ha fatto sentire libero intanto di iniziare, mi ha sbloccato, mi ha costretto a mettermi in moto, cercare musicisti con cui registrare, suonare. Volevo che tutto fosse più vero e suonato rispetto alle produzioni che avevo fatto fino a quel momento. E così un’esigenza inizialmente guidata dalla paura, ha portato invece a qualcosa di bello perché da queste collaborazioni sono nate cose nuove e diverse, si sono contaminate. (N) è l’iniziale di Noi e anche di Nuovo. E poi mi piaceva il gioco di parole ACo(N): Adriano con … tutti gli ospiti del disco! Tutti loro sono la forza di cui avevo bisogno per cominciare.

Sono tantissime le collaborazioni presenti. Ce ne vuoi parlare?

Diciamo che quando mi è venuta questa idea delle collaborazioni, ero anche nel pieno della scoperta di tantissime belle vocalità differenti dalla mia. Le sentivo tutte intorno a me, nelle Mani Avanti e nei Flowing Chords, altro coro nato invece all’interno del Saint Louis. Ogni voce, anche quella non “coltivata” attraverso lo studio, si porta dietro un’anima nelle sue sfaccettature. Ho cominciato a pensare “beh questo pezzo sarebbe bellissimo cantato insieme a…” e timidamente andavo a proporglielo. È stato anche entusiasmante portare in studio persone che non avevano mai fatto una registrazione in vita loro, come i miei amici Bruno e Marco. All’inizio si sentivano in difficoltà ma poi si sono sbloccati e si sono divertiti, non volevano più andare via. Per altri, abituati a cantare altri tipi di musica, è stato un modo per mettersi alla prova su qualcosa che non avevano mai fatto. Ora quando ascolto il disco sento che queste canzoni sono diventate anche un po’ di loro proprietà. Ovviamente il lavoro è stato diverso con chi ha propri progetti da tempo. Gabriele e Marco Guazzone (i due guest in Tempelhof) sono nati artisticamente ben prima di me. Andavo ai loro concerti quando ancora studiavo all’università e sognavo una vita parallela di palchi e show come quelli che li vedevano protagonisti. Compravo la loro musica, gli mandavo messaggi da fanboy su Facebook… Mi sembravano irraggiungibili all’epoca e non avrei mai creduto che saremmo diventati amici e colleghi e avremmo condiviso una mia canzone.

Il brano “Tempelhof” so che è nato durante un viaggio. Quale destinazione vuoi far prendere a questo album?

Il viaggio è una dimensione sempre molto importante per me, per scrivere, per pensare, per voltare pagina. E in un certo senso Tempelhof giunge anche un po’ nel momento di voltare pagina. Il disco è stato pubblicato online un anno fa, ci abbiamo lavorato nel corso del 2017 ed è stato un modo per iniziare una nuova fase nella vita di questo mio progetto artistico che esiste da sempre ma mai si era preso sul serio. La pubblicazione di questo secondo singolo chiude un cerchio di autoconsapevolezza e ne apre un altro in cui raccogliere i frutti. Abbiamo fatto due live importanti, all’Auditorium Parco della Musica per Jammin 2017 e poi la presentazione del disco esattamente un anno fa. Ora con la band stiamo lavorando a nuovi brani, senza gli ospiti, che vorremmo proporre dal vivo e avviare un’attività live più intensa (portare tutti gli ospiti sul palco era sempre problematico!!). A volte mi capita di pensare ad (N) come a qualcosa che (per rimanere nell’ambito aeroportuale) ha preso il volo un po’ per conto suo, mi ha insegnato che tutto è fuori dal mio controllo e così se ne è andato, fuori controllo, verso destinazioni ignote. Magari ora mi metto a lavorare su nuove cose, faccio uscire altri dischi, poi un giorno qualcuno lo riscopre su qualche store e il disco godrà di una nuova inaspettata primavera. Chi può dirlo? Intanto ho venduto metà delle copie fisiche stampate, che per un disco così strano non era affatto scontato e sono molto felice di ciò.

Ti potremo vedere prossimamente anche nella dimensione live?

Ci stiamo lavorando… eheheheh! Non è facile portare la formazione al completo sui palchi, quindi lavoreremo sia su formazioni ridotte che su un numero limitato di concerti in grande, con tutti quanti.

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Tie’, che marketing.

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